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José Aguayo - Genitori migliori …è anche una questione di sguardo, di epistemologia.



Non sono poche le volte in cui mi sono trovato a rispondere a dei quesiti rivoltimi da alcuni genitori, riguardanti la possibilità di essere in grado di sviluppare la capacità di aiutare meglio lo sviluppo socio-relazionale ed emotivo dei loro figli. Sono arrivato alla conclusione che per restituire ai genitori una loro capacità nella prevenzione del disagio dei propri figli, sia necessario il rafforzamento delle loro competenze genitoriali partendo soprattutto dal riflettere sul loro modo di vedere le cose, dalla costruzione di un’epistemologia appunto attenta alla complessità dei fenomeni osservati.
Credo in effetti che gli stili e le modalità personali sviluppati consapevolmente dai genitori stessi sia lo strumento più potente con cui ribaltare stati di sconcerto o di inadeguatezza di cui a volte loro possono essere vittime lungo il percorso evolutivo della famiglia, e quindi essere in grado di favorire il nutrimento affettivo e la protezione della parte più fragile dell’ambito familiare.
Di solito quando un genitore si pone la domanda “come posso rispondere?” nei confronti del comportamento del proprio figlio, è perché si trova ad avere a che fare con un comportamento non abituale. Una tale circostanza può accadere lungo tutto l’arco dell’età evolutiva, dall’infanzia all’adolescenza.
Questi sono i momenti in cui vi è il rischio di individuare questa novità come un evento problema, rischiando quindi di cristallizzarlo (proprio per come viene affrontata la novità !!). Come avviare allora un’espirale virtuoso? Come stimolare un approccio cognitivo alternativo che faccia sì che l’impasse non venga congelato ma che stimoli nel genitore la possibilità di divenire parte della soluzione?
L’idea di partenza potrebbe essere quella di impostare un approccio curioso secondo il quale il genitore si mette alla ricerca di “letture” che allarghino la comprensione del problema e quindi stimolino a loro volta ulteriore curiosità, quindi una ricerca di inclusione e non di esclusione di dati. Anche perché si parte dal presupposto che ogni spiegazione è soltanto un’ipotesi momentanea, mai assoluta, che può portare verso l’apertura di nuovi quesiti che stimolino nuove ricerche più complesse e così via.
Allora l’atteggiamento curioso diviene uno “stato mentale” costante, che evita il rischio (per il genitore), di restare ancorato ad una definizione, ad una descrizione, ad un pregiudizio riguardante la domanda “come mai mio figlio agisce in questo modo?”.
Ogniqualvolta ci troviamo davanti ad una situazione nuova, definita da noi stessi come problematica, abbiamo la tendenza a cercare subito una spiegazione che ci consenta di decifrare il comportamento osservato, le motivazioni in gioco, senza nemmeno dubitare sulla soggettività della nostra spiegazione (“tanto sono io il genitore e conosco molto bene mio figlio”). A questo punto, ciò che ci serve per capire e quindi ciò che per noi ha un’utilità pratica nel “mettere ordine” nel fenomeno osservato, diventa una verità (“la ragione per cui si comporta in questo modo è…”). Ogni volta che abbiamo “scoperto-la-spiegazione-che-cercavamo”, la ricerca diviene inutile, la nostra curiosità non ci serve più (“adesso so perché…”)
Ecco il motivo per cui nell’affrontare queste situazioni inaspettate dobbiamo comunque avere presente che le nostre spiegazioni “causa-effetto” ci possono portare ad assolutizzare le nostre convinzioni per cui rischiamo di fare sì che il complesso comportamento umano (quindi anche quello dei nostri figli) possa essere ridotto ad un numero più o meno grande di affermazioni lineari.
L’alternativa può stare nell’ imparare a non perdere di vista la complessità del comportamento del proprio figlio e anche delle loro relazioni interpersonali (lo stesso comportamento può essere stimolato da diverse tipologie di stimoli; la stessa circostanza può generare risposte svariate). Una tale consapevolezza aiuta a costruire una visione che tenga conto delle diverse letture possibili in torno ad una determinata situazione e quindi, esse divengono piuttosto degli inviti a sviluppare un atteggiamento rispettoso della potenziale polifonia di descrizioni possibili presenti in un evento unico, quell’osservato.
Soltanto allora i “perché” non serviranno più alla ricerca dei motivi o delle cause finali univoche che alimentino meccanicisticamente delle risposte drasticamente autoritarie, anche perché i nostri quesiti ci porteranno a includerci nell’osservazione per avere una più completa comprensione della logica dei comportamenti osservati. Saranno piuttosto delle ipotesi, degli stimoli che ci possono aiutare a trovare aspetti inediti nei confronti di situazioni altrettanto nuove (“non me ne ero accorto che …”) e che ci possano aiutare ad inserirci nella lettura stessa (“e se io facessi…”).


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